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Le guerre dimenticate

L'indignato

In fuga dalle ‘guerre dimenticate’
da Nigrizia - Michela Trevisan.



Non solo Afghanistan, Iraq e Palestina, ma anche Sierra Leone, Liberia, Somalia... L’inasprirsi di decennali conflitti, lo scoppio di nuove tensioni, i colpi di stato, i saccheggi di sedicenti ribelli sembrano aver portato il continente africano a una sorta di "saturazione di migrazioni interne".

In Africa i campi di accoglienza allestiti dall’Onu sono insufficienti ad accogliere i flussi interminabili di persone e a fronteggiare le emergenze che, spesso, si sovrappongono a situazioni già critiche.
La nuova meta per molti di questi disperati, in fuga dalle guerre - compiute spesso non con bombe "intelligenti" ma a colpi di machete o kalashnikov - è l’Europa. Porta d’accesso al presunto paradiso del lavoro e del benessere, l’Italia.

La conferma arriva dai dati raccolti da Medici senza frontiere in base alle dichiarazioni dei migranti sbarcati a Lampedusa dal 9 al 19 giugno. Dopo palestinesi (403 persone) ed iracheni (287), i flussi migratori si muovono da Liberia (223), Eritrea (160), Sudan (141), Ghana (92), Somalia (77), Costa d’Avorio (56), Nigeria (42), Marocco (43), Sierra Leone (30), Algeria (27), Congo e Tunisia (5), Etiopia e Togo (4) e poi Gambia, Benin, Burkina Faso, Ciad, Camerun e Libia. Paesi spesso dilaniati da guerre e guerriglie, con regioni in preda a totale anarchia.

Le "guerre dimenticate", quelle africane in particolare, dunque, cominciano a presentare all’occidente un primo conto da pagare: quello dell’accoglienza di centinaia, migliaia di profughi. Un prezzo che Italia e Unione europea non sembrano pronte - o disposte - a pagare.

«Siamo di fronte a una vera tragedia umana, per la quale esprimiamo cordoglio». Così Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu (Acnur) in Italia, in un’intervista pubblicata il 24 giugno dal Manifesto. «Negli ultimi tempi abbiamo di fronte un vero bollettino di guerra: e molto probabilmente noi vediamo solo la punta dell'iceberg. Mi chiedo quanta gente giace in fondo al Mediterraneo, senza averne notizia. Quindi queste sciagure dovrebbero muovere tutti a prendere questa situazione con estrema serietà: non si possono spendere risorse e energie esclusivamente in misure di contrasto, si tratta di una scelta miope. Le misure di contrasto sono legittime, ma non possono essere l'unica risposta. Bisogna risalire alle cause, porsi la domanda: perché questa gente scappa? Perché le madri decidono di imbarcarsi, mettendo a repentaglio la vita dei propri figli?»

Se da un lato i dati sulle richieste d’asilo politico presentate in Italia dal 2000 ad oggi non segnalano una crescita del flusso di aspiranti rifugiati verso l’Italia, dall’altro vecchi e nuovi conflitti fanno dell’Africa un continente la cui instabilità potrebbe causare negli anni a venire nuove, drammatiche migrazioni verso l’occidente. Sempre che l’occidente stesso non si muova fin d’ora per "sanare in loco" le cause di queste disperate migrazioni: guerre e povertà.

Liberia: dopo la sanguinosa guerra civile degli anni Novanta, è oggi colpita da una grave crisi politica, istituzionale e umanitaria. Gli scontri tra ribelli e forze governative hanno raggiunto nelle scorse settimane la capitale Monrovia. Il presidente Charles Taylor, accusato di crimini di guerra dalla Corte penale della Sierra Leone per aver sostenuto per anni la guerriglia del Ruf fornendo armi in cambio di diamanti, è colpito da un mandato di cattura internazionale. Bloccati in Svizzera i conti correnti suoi e dei suoi più fedeli collaboratori.

Eritrea: un paese già provato da una trentennale guerra d’indipendenza con l’Etiopia, colpito in questi anni da ricorrenti carestie: il 70% della popolazione sarebbe oggi a rischio fame. La nuova guerra con Addis Abeba (1998-2000) per la demarcazione dei confini, ha causato decine di migliaia di morti e centinaia di migliaia di profughi.

Sudan: per vent'anni l'aviazione governativa ha bombardato i villaggi, colpendo anche case, scuole, edifici pubblici, mercati e chiese. Le uccisioni di civili sono state pressoché quotidiane. Oggi è in corso l’ennesimo negoziato tra ribelli dello Spla e governo, apertosi alla fine del 2002 a Machakos (in Kenya). Oltre due milioni i morti di questa guerra, spesso a causa di carestie ed epidemie, mentre altri quattro milioni e mezzo di persone sono sfollati interni o rifugiati nei campi profughi dei paesi vicini.

Somalia: un paese ancora in mano ai "signori della guerra" che, spartitosi il territorio, gestiscono impunemente traffici vari. Il primo governo nazionale di transizione, nominato nel 2000, ha un autorità limitata, di fatto, ad alcune zone della capitale Mogadiscio.

Costa d’Avorio: un paese piegato dal colpo di stato del 19 settembre 2002 che ha bloccato una delle economie più floride del continente e spezzato in due il territorio. Oggi cerca un difficile cammino di riconciliazione, mentre la presenza – militare e diplomatica - della Francia si fa sentire.

Nigeria: dopo una storia di guerre civili, colpi di stato e leader autoritari e corrotti, il governo democratico del presidente Obasanjo, da poco rieletto, sta tentando tra imponenti difficoltà di gestire il problema violenza e la ripresa economica. I paradossi di una "guerra tra poveri" ancora insanguinano molte città del paese più popoloso d’Africa, importante produttore petrolifero.

Sierra Leone: il paese più povero del mondo è ricco però di diamanti, tra le cause di una guerra civile decennale durata fino al 2001. Almeno 50mila i morti, centinaia di migliaia i profughi, molti sopravvissuti che stentano a immaginare un futuro nel loro paese.

Repubblica democratica del Congo: migliaia le persone in fuga, in particolare dalla regione nord orientale dell’Ituri - ricca di minerali preziosi - dove si susseguono i massacri nonostante l’intervento delle forze di pace dell’Onu e dell’Ue.

Tra le altre "guerre dimenticate" con cui l’Europa unita dovrà presto fare i conti, quella in Uganda - dove la guerra dei ribelli dell’Lra sta trasformandosi in un lento genocidio delle popolazioni nilotiche che vivono nei distretti del nord. Su una popolazione di un milione e 400 mila abitanti d’etnia acioli e lango, circa 850mila sono sfollati e vivono all’addiaccio in condizioni umanitarie disperate per la mancanza di cibo e medicinali. E ancora in Burundi, dove sono quasi 50mila, solo nelle ultime settimane, i civili in fuga dai combattimenti in corso tra la ribellione e le forze governative…











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